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da Il Sole 24 Ore - 3 dicembre 2006

Eroe della Riforma mancata
Massimo Firpo ricostruisce la vita di Vittore Soranzo, vescovo cinquecentesco di Bergamo
di Adriano Prosperi

Si può fare la storia di qualcosa che non è accaduto? Quello che da secoli si scrive sulla questione della mancata Riforma (protestante) in Italia mostra che lo si può fare, o che almeno lo si è fatto. Definendo la carenza e il bisogno di un «nostro protestantesimo», Piero Gobetti nel 1924 addebitava l'immaturità morale e politica degli italiani al fatto che l'Italia non aveva avuto una sua Riforma. Da qui Gobetti deduceva un preciso giudizio: «Il fascismo è cattolico con perfetta logica». E solo una visita alle officine della Fiat gli aveva fatto nascere la speranza che dalle virtù ascetiche maturate dagli operai nella grande fabbrica capitalistica potesse avviarsi la rivoluzione morale di un protestantesimo non importato passivamente ma autoctono.
Come sappiamo con la saggezza del poi, la rivoluzione industriale italiana ha certamente modificato l'economia anche morale del Paese ma non nel senso che Gobetti si augurava. Tutto è mutato nel nostro orizzonte: tutto, si direbbe, fuorché la questione della mancata Riforma che torna testardamente a ripresentarsi. E lo fa nel contesto di una generale, spesso strumentale e per lo più immensamente stucchevole diffusione di discorsi su chiesa e religione che è sotto gli occhi di tutti e di cui non vale la pena di parlare. Ma quando la questione si presenta nelle pagine di uno tra i più seri, severi e importanti storici italiani, Massimo Firpo, allora vale la pena di vedere come e perché. È attraverso una biografia che Firpo ha scelto di farlo, quella di Vittore Soranzo, vescovo di Bergamo processato per eresia a metà Cinquecento. Questa biografia di Soranzo, allievo di Pietro Bembo e vescovo di Bergamo, figura di secondo piano in un ambiente che non cessa di appassionare gli storici della cultura e delle idee religiose italiane porta un fondamentale contributo alla ricomposizione del disegno a maglie strette della storia italiana del Cinquecento nella delicata e decisiva fase di passaggio tra un'età di guerre e conflitti religiosi e l'assestamento del Paese in un assetto politico e religioso destinato a durare a lungo. A questa impresa Massimo Firpo si è preparato con lunga e accurata ricerca, com'è suo solito. La storia si fa coi documenti e chi sa trovarli e metterli a frutto merita ogni elogio: ben pochi potrebbero gareggiare con Firpo a questo proposito. La serie delle opere di questo nostro storico ancor giovane e in piena attività occupa uno spazio fisicamente e qualitativamente imponente. Un primo risultato del suo scavo d'archivio intorno a Soranzo è stata l'edizione, curata a due mani con Sergio Pagano, prefetto dell'Archivio segreto vaticano, degli atti del processo a cui il vescovo di Bergamo fu sottoposto dal tribunale dell'Inquisizione Romana. È uno dei pochi processi rimasti nell'archivio dell'attuale Congregazione per la dottrina della fede, documento di quello che fu un regolamento di conti interno al mondo ecclesiastico italiano tra gli intransigenti fautori di una guerra di religione contro la Riforma protestante e le non poche e non poco autorevoli voci che chiedevano invece un dialogo coi riformatori, ne leggevano gli scritti, ne condividevano in tutto o in parte l'accentuazione del carattere interiore e “spirituale” della professione cristiana. E Soranzo incappò nelle maglie della neonata Inquisizione Romana perché, come altri uomini e donne dei suoi tempi e della sua generazione conobbe una conversione religiosa che lo avvicinò al mondo dei riformatori protestanti: il protetto del Bembo, il letterato tutto preso dalla ricerca di una rendita ecclesiastica per coltivare gli ozi della vita di corte e degli esercizi poetici, sperimentò le tensioni e le inquietudini diffuse intorno al problema della salvezza o, come si diceva, della giustificazione; si appassionò alle questioni religiose di quegli anni e trovò una guida spirituale nel cavaliere spagnolo Juan de Valdés. È in veste di seguace di Valdés e di una embrionale adesione alla Riforma (protestante) che vediamo Soranzo mettersi all'opera in diocesi di Bergamo come coadiutore e poi come vescovo effettivo, armato del Beneficio di Cristo e determinato a farlo leggere ai suoi diocesani a cui venne distribuendolo sistematicamente ignorando le accuse di eresia e gli inviti alla prudenza.
Investito da sospetti e denunzie di eresia “luterana” nel senso vasto e vago che il termine aveva allora, Soranzo non ricorse alla dissimulazione né ritenne di dover usare prudenza: alzò la voce con l'inquisitore, fu imprudente, probabilmente — osserva Firpo — per senso del proprio rango sociale e del ruolo istituzionale che rivestiva. Sostenuto dal governo veneziano e dal patriziato cittadino, Soranzo potè dunque affrontare l'offensiva dell'Inquisizione limitandosi a confessare alcuni errori e facendo atto di sottomissione al papa. Fu riammesso al governo della diocesi nel 1554. Ma il processo riprese col nuovo pontefice Paolo IV che aveva messo in cima al suo programma l'eliminazione del gruppo dei cosiddetti “spirituali”. La condanna fu inevitabile e precedette di poco la sua morte nel 1558. Ma in che senso Soranzo era “eretico”? L'esame della sua opera di governo pone davanti alla realtà di un ecclesiastico impegnato nell'applicazione di norme antiche di governo della morale e di amministrazione dei sacramenti, non molto diverso da quello di un altro vescovo dei domini Veneti di quegli anni, Gian Matteo Giberti, che solo una prudenza di navigato curiale e una morte prematura salvarono dalle conseguenze di sospetti e accuse di eresia. Il tentativo più innovatore fatto da Soranzo, secondo Firpo, fu quello di modificare il carattere superstizioso della mentalità popolare su cui si fondava il potere di preti e frati e di diffondere una diversa sensibilità religiosa, ponendo al centro la fede nel beneficio di Cristo. Tanto bastava alla chiesa degli inquisitori, ai Carafa e ai Ghislieri, perché si mettesse in atto anche nei suoi confronti il disegno di estirpare con fanatico zelo poliziesco qualunque traccia di quella “setta”.
Firpo rigetta le recenti proposte terminologiche di categorie della Controriforma come modernizzazione, come aspetto cattolico di un generale processo di “disciplinamento sociale”, nega alla Chiesa cattolica l'appartenenza alla stessa “modernità” dell'Europa protestante e puritana e si schiera a favore di chi ha combattuto i modelli culturali e normativi della Controriforma, da Sarpi a Giannone, dai giansenisti a Muratori. Quella Chiesa fu segnata a suo avviso dal trionfo dell'Inquisizione che fece valere «il primato dell'obbedienza alla norma teologica e all'autorità ecclesiastica» e fece passare in secondo piano la riforma delle istituzioni e della vita religiosa che tanti e da tanto tempo chiedevano.
E qui Firpo dichiara il suo impegno civile e la sua fede nella vittoria di valori laici e illuministi, si richiama all'insegnamento di un grande maestro degli studi storici, Franco Venturi e ne parafrasa un passo per dichiarare che mancò all'Italia «un Cinquecento riformatore capace di misurarsi anche in positivo con le motivazioni religiose della protesta d'oltralpe». Torna dunque l'antica questione della mancata Riforma (protestante) in Italia. E la spiegazione è ancora quella: colpa dell'Inquisizione. Opinione antica e rispettabile che ad alcuni, fra cui lo scrivente, è sembrata riduttiva e soprattutto di natura controversistica, cioè viziata dall'essere stata lanciata nel pieno della lotta di scritture del Cinquecento per spiegare con un solo fattore l'esito di quella lotta. Si capirà dunque lo stupore provato dallo scrivente quando si è trovato indicato come succube di una fascinazione dell'Inquisizione che non crede di avere mai avvertito. La verifica è facile: il libro a cui Firpo si riferisce — Tribunali della coscienza (Einaudi 1996) — cerca di analizzare e di capire le ragioni che permisero alla Chiesa cattolica del Cinquecento di vincere ma anche di convincere e di radicarsi stabilmente nella società italiana; un esito che la sola forza di un tribunale e di una polizia non poteva ottenere. Dunque se qualcuno ha subito la fascinazione dell'Inquisizione, quello non sono io. Che tra l'Italia cattolica e l'Europa riformata si sia aperto allora un profondo divario è un fatto indiscutibile: ma più della deprecazione e della chiamata alla lotta serve capire.
Se dissenso c'è esso risiede piuttosto nella opportunità di riaprire in quei termini la questione della mancata riforma religiosa in Italia. Che la ricerca storica non si svolga al riparo delle grandi e piccole questioni della vita reale lo sapevamo anche prima dell'11 settembre. Ma le chiacchiere che ci circondano e ci stordiscono sulla pretesa identità italiana, sulle presunte radici cristiane o illuministiche d'Europa, il modo confuso in cui le discussioni e le ricerche storiche vengono oggi tirate per i capelli per ricavarne alimento per questo o quello schieramento impongono a chi fa questo mestiere un supplemento di attenzione alle regole che lo distinguono. Anche per la Chiesa cattolica, anche per l'Inquisizione ecclesiastica vale la regola fondamentale che Mare Bloch proponeva a robespierristi e antirobespierristi francesi, da secoli in conflitto: «Fateci la grazia: diteci semplicemente chi era Robespierre».